Sono passati 100 anni dal 1920. 

Ho provato ad immaginare ogni parola del tuo quaderno, credo di aver elaborato immagini stile grandi film, scene dove tu eri un vero eroe.
Una notte ho letto il tuo quaderno almeno quattro o cinque volte di seguito, prima con i miei occhi, poi con i tuoi occhi, i tuoi erano pieni di dolore e angoscia, incertezze e paure, valori ben radicati e tanta forza di volontà. I miei erano invece pieni di ammirazione e di tristezza.
Il modo con cui hai racconto ogni particolare diventava sempre più affascinante, è allora che ho ricordato te, nella mia cameretta. Quella cameretta che dai miei 8 anni era diventata tua per non lasciarti solo nel tuo paesino. Ho ricordato come quel momento fosse stato tanto tragico per me, ho capito che questo quaderno non era stato un ritrovamento casuale, ma sapeva di una sorta di “chiamata alle armi”. Qualcosa mi diceva che dovevo darti una voce, una forma, qualcosa che fosse stata in grado di arrivare ovunque partendo da quelle poche parole scritte in dialetto sardo.

Ho ricordato quando la maestra ci chiese di intervistare una persona che aveva vissuto l’epoca della seconda guerra mondiale,  il mio compito era facile da realizzare,  fortunata come pochi, ti avevo lì a disposizione nella mia cameretta, anche se ceduta con fatica.

Dovevo solo prendere tutto il coraggio che avevo per chiederti di raccontarmi la tua storia. Sei sempre stato piuttosto introverso, di poche parole, freddo spesse volte.
Timidamente ho bussato alla porta, leggevi un libro, come al solito. Provavo veramente tanta vergogna nel chiederti qualsiasi cosa, figuriamoci questo, ma poi ho respirato profondamente.
Ti ho chiesto di quel periodo della guerra, ti sei alzato dalla poltrona in tessuto, leggermente reclinata per stare più comodo, quasi sull’attenti, stupito come se quella domanda non potessi fartela io. I tuoi occhi erano lucidi, mi hai risposto  “Io ero lì, ero in guerra! Ero in Russia!”. 

Sono corsa verso lo zaino, ho preso il quaderno di storia ed ho iniziato a scrivere mentre tu raccontavi veloce, forse troppo veloce per me, la mano mi faceva male, non ero abituata a sbobinare le parole. La mia scrittura in corsivo, larga e morbida, riempiva pagine su pagine, mentre ogni volta che sbagliavi un verbo mi guardavi come per scusarti, ma io scrivevo correttamente per te..
Ricordavi ogni nome delle città in cui eri stato portato, ogni data dei conflitti superati, i profumi dei luoghi, i suoni e i particolari delle persone che con te hanno vissuto momenti estremamente difficili, alcune non sono mai tornate a casa.
Dopo il tuo racconto per me non era più il compito di storia, era diventata “La Storia”.

Non era come quella che la maestra raccontava in chiave molto leggera, quasi come favola in cui si era deciso  di fare una guerra e tutti vengono chiamati a combattere, per cui poi alcuni vincono ed altri perdono. Fine della storia, torniamo a cantare? 

No, non era quella la guerra che volevi raccontarmi, era così che l’avevamo compresa a scuola, ma il tuo racconto era diverso, crudo, reale, tanto triste. Non c’era alcun filtro nonostante fossi una bambina, tu hai deciso di raccontarlo come era avvenuto veramente.
Un racconto di momenti terribili, che senza forse, mi hanno turbata durante la notte.
Ricordo chiaramente di averti chiesto se fosse realmente successo tutto quello che dicevi, perché non capivo, come fosse stato possibile?
Piedi congelati nella neve, stare senza mangiare, senza pausa, la morte e la crudeltà, non erano concepibili nella mia mente, ad dieci anni non sei realmente cosciente di cosa le persone possano fare e di quali limiti possano superare.

Il tuo racconto era lineare nei dettagli, chiamato alle armi all’età di 20 anni, sei partito dopo un’infanzia molto dura. 

In qualche modo ha risvegliato in me tanta curiosità, le domande classiche dal chi siamo e chi erano i nostri antenati, dove vivevano e perché ora non siamo in quella città di cui mi racconti?  Avevo talmente tante domande da farti, ma che feci a mia madre in seguito.
Tante scelte del passato incidono sul nostro presente, noi siamo qui, ma perché?
Prima di noi altre persone hanno scelto per la loro vita e di conseguenza per la nostra futura, finché non siamo capaci di scegliere anche noi quale vita è adatta e ci rende felici, questa vita poi influenzerà anche le vite dei nostri futuri figli e nipoti. Proprio come tu indirettamente stai influenzando la mia.
Mi hai donato qualcosa che senza dubbio, ha un valore immenso.
Quali scelte e quali intrecci hanno portato me in questo posto? La notte la passavo praticamente sempre così, mille domande e mai una risposta che mi appagasse realmente, che mi desse la serenità della risposta e del “sapere”.
Mi chiedevo spesso se invece di…o probabilmente io…mamma avrebbe…tutte domande senza risposta ma che la mia mente giocava a farmi immaginare mille e più scenari possibili.
Sono assolutamente certa di non essere stata la sola e che abbiamo vissuto tutti quella sensazione di agitazione e preoccupazione da bambini, durante la notte quando ti obbligavano ad andare a letto, ma non avevi sonno. Il cuore batteva all’impazzata, eri solo con te stesso e la tua mente di cui forse pensavi di poter governare egregiamente, ma invece lei, viaggiava nel buio della stanza, rincorrendo domande che rincorrevano altre domande senza risposte.
Le risposte appaganti non le acchiappavo mai, ad ogni risposta seguivano altrettante domande. 

Poi le tue avventure lontano di casa, in posti sconosciuti, difficilissimi da scrivere perché in lingua Russa, mi facevano sognare di andare lontano da casa appena sarei stata in grado.
Di certo penso oggi, non potevi fare una ricerca nel browser come ho fatto io per toglierti le curiosità che mi vengono in mente, circa ogni 2 minuti e con due o tre click appago la mia sete. Io la Russia, prima del tuo racconto, non la conoscevo proprio. Ogni incontro è stato prezioso per la tua crescita, anche le casualità sono state ricche di coincidenze che ti hanno consentito di potermi raccontare la tua storia.  Potevi morire là, lontano e non costruire la tua famiglia.
Ecco, altre mille domande sulle coincidenze, il destino e le nostre scelte.

Sarebbe stato meraviglioso leggere con te il tuo quaderno, risentire le tue parole oggi, 100 anni dopo, rivivere questa storia e assaporare l’avvincente orgoglio nel tuo tono di voce. Così orgoglioso di essere stato un vero soldato e la soddisfazione della tua pronuncia in russo perfetto, mentre l’italiano restava mischiato al sardo in modo così profondo che alle volte capirti era veramente difficile.Non ti ho mai più chiesto di raccontarmi niente dopo quel compito. Il motivo, non saprei.
Oggi, mi pento. Mi pento di non averti chiesto più dettagli, di non averti colto come realmente eri, di non aver capito che dietro ogni tuo gesto distaccato e freddo, c’era tanta sofferenza.
La sofferenza vera, quella vita vissuta in guerra, così profondamente.
Grazie Nonno.

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